Dom, 03/22/2020 - 10:41 By admin
Punto di partenza della conoscenza

Sappiamo che una deduzione è la derivazione di una conclusione a partire da altre premesse. Ogni volta che cerchiamo di progredire nella conoscenza di qualcosa, cerchiamo proprio di applicare questo processo. E' semplice comprendere, però, che risalendo indietro nella catena delle deduzioni, prima o poi dobbiamo raggiungere un punto fermo, per il quale non dobbiamo cercare la spiegazione in ulteriori premesse. Se così non fosse, tutto il nostro sapere e i nostri ragionamenti sarebbero basati su un infinito chiedersi, un eterno dubbio, e dunque, in definitiva, su niente di affidabile. I matematici, a questo proposito, hanno vita facile, poiché pongono all'inizio della loro disciplina degli enunciati, detti assiomi, che per definizione sono indimostrabili, e da lì partono per costruire tutta la matematica. Il prezzo di questo approccio, però, è l'assoluta aleatorietà di tutta la loro disciplina, che resta un insieme di deduzioni ferree a partire da presupposti convenzionali, e quindi potenzialmente non corrispondenti al mondo reale (e infatti, certe geometrie sono esattamente questo). Ma chi ricerca la verità non può assolutamente accontentarsi di dire che tutto il suo sapere sia convenzionale, dunque ci chiediamo: qual è il punto di partenza originario più saldo di tutti i nostri pensieri?

E' noto che, a partire da Cartesio, gran parte dei filosofi moderni inizia la filosofia dall'io. Celebre è, a questo proposito, il "cogito ergo sum" di Descartes. Il fatto che io penso sarebbe, quindi, il punto di partenza indubitabile, poiché appena negassi di pensare, cadrei immediatamente in contraddizione, poiché per l'appunto negando di pensare avrei già pensato. Il tentativo di Cartesio è apprezzabile nel suo proporsi come fondamento critico e forte della filosofia, difendendosi dal dubbio scettico e approdando al dubbio metodico. Tuttavia, riteniamo che vadano preferiti altri approcci meno artificiosi e più coerenti col nostro modo di porci nei confronti del mondo.

A questo proposito, è estremamente utile studiare, grazie ai risultati fornitici dalla psicologia genetica, quali sono le prime esperienze dei bambini. Ebbene, sembra che i bambini inizialmente non abbiano affatto la percezione dell'io e di se stessi, cioè di essere qualcosa diverso dagli altri e dal resto del mondo [1]. Nei loro primi mesi post-natali i bambini non distinguono tra soggettivo e oggettivo, e men che meno hanno la percezione del "cogito", cioè di essere degli esseri che pensano. Piuttosto, tutto il contenuto della coscienza infantile è la realtà che si presenta loro. Già questo è sufficiente per allontanarci dall'approccio cartesiano [2]. Ma per andare dove? Per rispondere, torniamo ad osservare i bambini. In cosa consiste questa realtà che si presenta loro? E' straordinario osservare che, a differenza degli adulti, i bambini non percepiscono il mondo come un insieme di cose (tavoli, sedie, dolcetti ecc). Essi percepiscono soltanto una serie di quadri fenomenici, quasi apparizioni più o meno fuggevoli, in cui confluiscono le diverse sensazioni, visive, tattili, uditive, piacevoli o dolorose, senza alcuna coordinazione.

E' un mondo di quadri, ciascuno dei quali può essere più o meno conosciuto e analizzato, ma che scompaiono e riappaiono in modo capriccioso... Un universo senza oggetti, un universo tale che l'io rimane assorbito nei quadri esteriori, in mancanza di una conoscenza riflessa di se stesso [3]

Ciò significa che, come scrive Bertrand Russell [4], i bambini molto piccoli non hanno la nozione di senso comune di un oggetto. Per gli adulti, invece, il mondo è un mondo fatto di cose, cioè oggetti materiali che sono, sì, connessi con diverse specie di sensazioni, visive, tattili, uditive, ecc., ma che esistono in sé con una relativa permanenza, anche al di fuori della nostra attuale percezione. Gli oggetti delle nostre stanze, le stanze delle nostre case, le case delle nostre città, il mondo intero, esistono anche quando noi non li percepiamo. Ma questa certezza fondamentale (di cui parla anche Husserl, ad esempio) nei bambini non è presente. Quando il bambino cessa di vedere, toccare o succhiare un oggetto, questo cessa semplicemente di esistere per lui, salvo poi ritornare ad esistere quando viene percepito di nuovo [5]. Le cose che appaiono sorgono dal nulla e si dissolvono nel nulla al loro sparire, come le immagini su uno schermo cinematografico. Per questo Piaget afferma che il mondo dell'infante è un mondo puramente "fenomenale". Mentre per gli adulti esistono i fenomeni (l'odore del caffè) ma esistono anche le cose da cui quei fenomeni scaturiscono (il caffè), per il bambino esistono solo i fenomeni.

La comprensione che i fenomeni derivano dagli oggetti si sviluppa lentamente nel bambino, tipicamente accorgendosi che diversi fenomeni sono correlati tra loro e riguardano, appunto, uno stesso oggetto (succhiare e toccare, vedere e udire...). Questa coordinazione conferisce ai quadri percettivi un maggior grado di solidità rispetto alla sensazione singola.

Negli infanti, il fattore più importante per la fondazione della nozione di senso comune di un oggetto è la coordinazione fra mani e occhi, la scoperta cioè che spesso è possibile afferrare ciò che è visto. In questo modo gli spazi visivo e tattile vengono correlati; ed è questo uno dei passi più importanti nello sviluppo mentale dell'infante [6]

Il fatto che si possa afferrare ciò che si vede è per il bambino una scoperta meravigliosa, che da quel momento viene esercitata incessantemente, spesso anche fallendo (scoprendo, ad esempio, che il lampadario della cameretta o la luna non si possono afferrare).

Piaget esamina nel dettaglio anche diversi altri elementi che contribuiscono nel bambino (tra 1 e 2 anni) alla genesi della persuasione finale: la rimozione di ostacoli che impediscono la visione o la prensione di oggetti; la ricostituzione di un tutto invisibile a partire da una frazione visibile; la ricerca attiva di un oggetto completamente scomparso; l'accomodazione visiva ai movimenti rapidi dell'oggetto; la capacità di tener conto degli spostamenti non solo direttamente visibili, ma anche di quelli invisibili, come lo spostamento di un oggetto che, scomparso dietro uno schermo opaco, ricompare dal lato opposto.

Possiamo dunque dire che il punto di partenza della conoscenza non è l'io di Cartesio, ma il mondo che ci si presenta di fronte. Non un mondo fatto di cose (enti), ma un qualcosa che, semplicemente, esiste e ci si fa innanzi. Questa è l'esperienza primordiale, la certezza granitica da cui tutto procede: non il "cogito ergo sum" dei moderni, ma l'"aliquid est" dei classici. Non è un caso se le antiche religioni e mitologie iniziavano tutte con una cosmologia e una cosmogonia, e non è un caso se i primi filosofi iniziavano la filosofia proprio dalla considerazione del mondo e della natura. Per questo Aristotele li chiamava "i fisici".

La distinzione tra io e il resto del mondo è successiva rispetto all'esserci di qualcosa, e nel bambino viene appresa lentamente, tramite l'interazione con altri "io", quindi per imitazione e analogia (e non, come immaginano alcuni, tramite l'esperienza della visione di se stessi allo specchio). Come descrive Merleau-Ponty [7], il bambino, vedendo gli altri, riconosce se stesso in loro. Su questo aspetto ci sarebbe molto da dire, anche dal punto di vista morale e politico, poiché indica come, fin da principio, ognuno di noi non sia un atomo individualistico artefice di sé e del proprio destino, ma una parte di una relazione, un estremo di un colloquio con gli altri e col mondo che ci identifica per quello che siamo. Ma affronteremo questo importante tema in altri articoli.

Concludiamo, piuttosto, con le equilibrate parole di Sofia Vanni Rovighi:

Ritengo che non siano fatti immediatamente evidenti l'esistenza del soggetto (come soggetto conoscente) e dell'oggetto, e che una gnoseologia non possa cominciare - come invece comincia il più delle volte - dall'affermazione che la conoscenza è un rapporto tra il soggetto e l'oggetto, per indagare poi quale sia questo rapporto. Le nozioni di soggetto (conoscente) e oggetto sono a mio avviso nozioni dedotte a partire da qualcosa di anteriore, e precisamente dall'affermazione, implicita in qualsiasi altra, che: c'è qualche cosa. Prima ancora di sapere se questo qualche cosa sia corporeo o incorporeo, soggettivo od oggettivo, sappiamo che qualche cosa c'è. [8]

 

[1] Piaget, La représentation du monde, p. 112

[2] E' interessante osservare che anche nella teologia contemporanea si è diffuso l'uso di fondare la teologia fondamentale sull'io e suoi desideri e problemi, introducendo quindi Dio come possibile risposta a questi problemi. Ma, pur essendo anche questa una strada utile da percorrere, riteniamo anche qui decisamente più convincente l'approccio classico (cosmologico) che, piuttosto, parte dal mondo (e non dall'io) per dedurne Dio.

[3] Piaget, La construction du réel, p.10

[4] B. Russell, The analysis of matter, London 1927 (1954), p.142

[5] Filippo Selvaggi, Filosofia del mondo, PUG, p.34

[6] Bertrand Russell, The analysis of matter, p. 143

[7] Merleau-Ponty, La phénoménologie de la perception, p.404

[8] Sofia Vanni Rovighi, Filosofia della conoscenza, ESD, p. 409

Argomento