Mar, 12/19/2017 - 11:46 By admin
Ateismo e teismo pari sono?

Ascoltando l'interessante ed educato dibattito tra Edward Feser e Graham Oppy, colpisce la lucidità con cui il grande ateo Oppy ammette che la visione del mondo teistica è intellettualmente rispettabile, completa e seria. Siamo lontani anni luce dalle caricature e dagli insulti provenienti dall'ignoranza dei new atheists, che con troppa fretta bollano i credenti come ignoranti creduloni. D'altro canto, bisogna pure ammettere che anche certi credenti snobbano con troppa superficialità le osservazioni ateistiche. In questo senso, ha perfettamente ragione Oppy ad osservare che l'esistenza stessa di grandissimi intellettuali dell'una e dell'altra opinione dimostra che la scelta tra le due, in fondo, non è così scontata. In realtà, sia la visione atea che quella teistica possono essere posizioni importanti, mature e tutt'altro che ingenue, come racconta questa bella canzone dell'agnostico Francesco Guccini, forse meno nota rispetto ai suoi brani strettamente politici:

Ovviamente noi, a differenza dell'equilibrato Guccini, alla fine traiamo delle conclusioni, e riteniamo che solo il teismo risponda pienamente alle problematiche che il mondo ci presenta, ma non ci sogneremmo mai di ridicolizzare un ateismo serio e ragionato. E sicuramente è proprio a questo tipo di ateismo a cui pensava David Maria Turoldo scrivendo questa poesia:

Fratello ateo nobilmente pensoso
alla ricerca di un Dio che io non so darti
attraversiamo insieme il deserto.
Di deserto in deserto andiamo
oltre la foresta delle fedi
liberi e nudi verso
il nudo Essere e là
dove la Parola muore
abbia fine il nostro cammino. 

Questa poesia, chiaramente, va letta rimanendo su un piano quasi mistico e turandosi il naso dal punto di vista strettamente teoretico e teologico, altrimenti sarebbero inaccettabili espressioni palesemente sbagliate come "un Dio che io non so darti" o "oltre la foresta delle fedi". Soprattutto, non si può non osservare che al giorno d'oggi ha ben poco senso chiamare "nobilmente pensoso" l'ateo, perché nel 90% dei casi l'ateo medio che si incontra non è chissà quale tormentato pensatore immaginato da Turoldo, ma il povero ignorante medio dell'UAAR, tipicamente pornodipendente, spesso criptofrocio, normalmente del tutto ignaro della raffinatezza e razionalità della visione teistica del mondo.

D'altronde, anche in questo caso non si può negare che lo stesso si potrebbe dire di certi credenti, la cui stupidità potrebbe far diventare atei perfino noi. In generale, è ovvio che qualsiasi fenomeno che si allarga alla massa tende a scendere di qualità e a degenerare. Fino a un secolo fa era la visione teistica ad essere la più socialmente diffusa, e quindi gli atei avevano gioco facile a ridicolizzarne gli esponenti più deboli; oggi invece l'ateismo si è diffuso nelle masse, ed è quindi logico osservarne un rapido decadimento rispetto a quello "nobilmente pensoso" di un Nietzsche, di un Sartre, o di un Marx, ad esempio.

Pari e patta, dunque?

In realtà, ci spingiamo a rispondere di no: il rapporto tra teismo e ateismo non è banalmente simmetrico, ma presenta importanti elementi di asimmetria. Non soltanto perché, come già detto, riteniamo che ad un'analisi approfondita solo il teismo possa essere in definitiva una lettura logica e coerente del mondo. Ma anche almeno per due altri motivi.

Il primo è che, in una visione teistica del mondo, Dio parla e si fa presente a tutti e in molti modi diversi. Sicché, anche nella persona che dal punto di vista dell'esposizione intellettuale appare più ridicola e debole (Paolo Brosio vi dice niente?), in realtà può esserci una grande confidenza con Dio (lo stesso non si può dire nella visione atea, per la quale l'ateo stupido resta semplicemente un ateo stupido). Lo stesso Vangelo ci avverte che sono beati i «poveri di spirito» (Mt 5,3), e che addirittura «Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25-30). D'altronde, è frequente osservare una grande vita di fede nella vecchina ignorante che accende un cero in una sperduta chiesina di montagna, mentre non è raro constatare la desolante povertà di fede di intellettuali o teologi che invece sarebbero pure culturalmente carrozzati per arrivare a ben altri traguardi (quest'ultimo problema, in particolare, è tipico dei teologi contemporanei, come osservato da Jean Daniélou).

Ma c'è anche un secondo motivo più profondo. Proprio perché il teismo è l'unica risposta razionale e coerente al problema della vita e del mondo, chi sceglie altre strade inevitabilmente finisce per negare vari aspetti fondamentali del mondo. Si potrebbe dunque formulare la seguente "regola dell'eterogenesi atea":

Si tratta di una legge che a ben vedere già Nietzsche aveva genialmente intuito, quando scriveva che «noi non ci sbarazzeremo mai di Dio, poichè crediamo ancora alla grammatica». La storia stessa sta dimostrando nei fatti la drammatica verità di tale legge: proprio per questo siamo passati dal semplice negare Dio a negare l'esistenza del bene e male oggettivi, e poi a negare la complementarietà sessuale e poi ancora la dignità della persona umana, o addirittura a negare la fiducia nella ragione di conoscere la realtà, o l'esistenza stessa di una realtà indipendente da noi. Si potrebbe trarre come corollario da questa legge, dunque, che:

Il decadimento dalla nobile grandezza di un Nietzsche alla desolante povertà di un Dawkins, dunque, in un certo senso era inevitabile.

Per questo non dobbiamo scoraggiarci nell'osservare inermi le tante storture del nostro mondo. Noi sappiamo che Cristo ha già vinto questa battaglia, e che è solo questione di tempo prima che si riveli esplicitamente quanto a livello ontologico è già definitivamente avvenuto. Mentre il male si autodistrugge, «La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l'hanno vinta» (Gv 1, 5)

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