Mar, 12/19/2017 - 11:40 By admin
Induzione e deduzione

Riascoltando il primo dei tre dibattiti avvenuti tra il formidabile apologeta William Lane Craig e il celebre cosmologo Lawrence Krauss, abbiamo notato un passaggio sul quale vorremmo concentrarci.

Qui l'animo di Krauss si scalda per riuscire a rimarcare che le conoscenze scientifiche, per quanto raggiunte da un grado di certezza più o meno alto, restano perennemente conclusioni temporanee, che dobbiamo sempre esser pronti a rimettere in discussione quando si presentassero nuove evidenze del contrario. Si tratta, come giustamente gli risponde lo stesso Craig, di un'osservazione assolutamente ovvia, che non inficia minimamente né l'importanza del lavoro scientifico né la cogenza degli argomenti a favore dell'esistenza di Dio proposti da Craig. Craig e Krauss, infatti, da questo punto di vista sono assolutamente alla pari: per entrambi, le conclusioni che la scienza ci consegna sull'origine del mondo sono fondamentali e entrambi, quindi, devono premettere implicitamente ad ogni loro frase l'avverbio "probabilmente".

C'è, tuttavia, un'osservazione più profonda che possiamo fare. Infatti, pur nella sua ingenuità, qui Krauss ha messo in luce un punto importante, senza realmente accorgersene, che in effetti è uno dei (pochi) difetti dell'argomentare di Craig e, più in generale, di tanti apologeti contemporanei, specialmente di area anglo-americana e protestante. Il problema è esattamente che partire da dati scientifici, specialmente su un terreno così complesso e in rapida trasformazione come la cosmologia moderna, è un procedimento intrinsecamente probabilistico e, quindi, instabile. Non è un caso che pensatori come Richard Swinburne, pur grandi e coltissimi, si spingano addirittura a quantificare la probabilità delle loro tesi, come l'esistenza di Dio o la risurrezione di Cristo, tramite strumenti come il teorema di Bayes. Intendiamoci: la cosa non è un male di per sé. Questi nuovi argomenti che partono da dati scientifici sono indubbiamente intriganti, e senza dubbio possono essere utili soprattutto per quelle persone con una forte mentalità scientifica ma scarsa predisposizione filosofica. Copertina Nuove prove dell'esistenza di DioPer questi individui, la lettura di un libro come "Nuove prove dell'esistenza di Dio" dell'eccellente prof. Spitzer S. J. può essere grandemente profittevole, e certamente contribuire a scardinare la diffusa (quanto ingenua) mentalità per la quale il discorso scientifico e quello teologico sarebbero incompatibili e anzi divergenti. Ma la forza di questi argomenti scientifici, in realtà, è la loro stessa più grande debolezza, poiché ciò che dicono oggi potrebbe (potenzialmente) sempre essere ribaltato domani. Non ha importanza che la probabilità che questo accada sia bassa: è sufficiente che non sia pari a zero per minare alla base la saldezza dell'edificio teologico. L'ateo qui si illuderebbe di poterci cogliere in fallo, facendoci magari notare che questo nostro modo di ragionare è esattamente il problema del credente, e cioè che non saremmo realmente disposti ad accettare ciò che l'esperienza ci mettesse sotto gli occhi. Ma non è questo quello che abbiamo detto. Noi non abbiamo detto che non accetteremmo eventuali nuove teorie scientifiche che non permettessero più (ma di nuovo, fino a prova contraria) di trarre certe conclusioni teologiche. Noi le accetteremmo ben volentieri, sempre ricordando epistemologicamente le loro condizioni di verità, i loro presupposti gnoseologici e il loro grado di certezza non assoluto. Piuttosto, quel che stiamo dicendo è che, rispetto al metodo scientifico, c'è di meglio. E questo "meglio" si chiama esattamente "filosofia classica". Chiunque abbia studiato le prove classiche dell'esistenza di Dio, per esempio quelle indagate da Anselmo d'Aosta o Tommaso d'Aquino, sa che queste prove non si presentano minimamente come "probabilità", ma proprio come teoremi matematici. Non raggiungono la conclusione che, probabilmente, esiste Dio, ma piuttosto che certamente esiste Dio. Krauss, nella sua ignoranza, non può sapere che c'è un motivo razionale e teoretico per il quale il discorso filosofico, e metafisico in particolare, ha un grado di certezza più alto rispetto a quello delle scienze sperimentali. E il motivo è che le scienze sperimentali utilizzano il metodo induttivo, che per definizione non può portare a risultati certi (celebre in proposito è la famosa metafora del tacchino induttivista di Russell). Proprio questo è il motivo per cui nella scienza si deve essere sempre disposti a ribaltare tutto ciò che fino al giorno prima si era detto. La filosofia, invece, utilizza un metodo analitico-deduttivo, che per definizione porta a risultati certi. Krauss forse potrebbe comprendere questa differenza se riflettesse sulle differenze tra la certezza raggiunta in fisica e quella raggiunta in matematica. In fisica, un dato nuovo può sempre confutare una teoria fisica che fino a ieri si riteneva vera e perfetta. In matematica, invece, nulla può confutare la verità di un teorema dimostrato: una volta che si è trovata una dimostrazione oggettivamente corretta, ad esempio, del teorema di Pitagora, possiamo sapere per certo che nulla più potrà confutarlo. E questo avviene perché la matematica, come la filosofia, procede deduttivamente, cioè dalle leggi generali a quelle particolari, e non viceversa, come la fisica o la biologia. Si badi, quindi, che la differenza di cui stiamo parlando non è data dal carattere empirico della fisica, in contrapposizione a quello non empirico della matematica e della filsofia. Non è questo il punto. Come scrive Sofia Vanni Rovighi:

«Per essere analitico-deduttiva non è necessario che una scienza faccia a meno dell'esperienza - anche la metafisica parte dall'esperienza -, basta che l'aspetto dell'esperienza su cui lavora possa essere appreso intelligibilmente, non si presenti come un puro fatto dato dai sensi. Quindi affermare che la matematica è una scienza deduttiva non significa affatto sganciarla dall'esperienza». [1]

Questo, in conclusione, è il limite delle argomentazioni in cui almeno una delle premesse è di tipo scientifico. Ciò non significa che questi argomenti non siano importanti, ma certamente andrebbero integrati e completati da argomenti più solidi e teoreticamente fondati.

 

[1] Vanni Rovighi S., Elementi di filosofia vol. 1, 2013, La scuola, pag. 35

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