Sab, 04/03/2021 - 13:54 By admin
La Pasqua cristiana è basata sul culto di Iside

Per inaugurare la rubrica "Demolizione controllata", riprendiamo l'articolo a firma del comico Daniele Luttazzi, risuscitato (è proprio il caso di dire!) dopo anni di mutismo post-plagi, sul Fatto quotidiano del 2 Aprile 2021, come pretesto per tracciare qualche breve approfondimento storico sulla festa che anche quest'anno stiamo per celebrare, la Pasqua. Forse l'autore satirico romagnolo non ci fa più ridere come un tempo, ma per lo meno con le sue castronerie ci ricorda quanto sia perennemente vero il motto di Chateaubriand: "Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente, perché comincia a credere a tutto" [1].

 

Daniele Luttazzi
Daniele Luttazzi
"E per la serie “L’inferno è pieno di fiamme quindi molti anziani ci sperano freddolosi come sono”, la posta della settimana. Caro Daniele, perché celebriamo la Pasqua? (Roberta Bernardini, Tivoli). Dal Concilio di Nicea (325 d.c.), i cristiani celebrano la resurrezione di Cristo la domenica dopo la prima luna piena di primavera"

Luttazzi inizia con una delle poche verità di tutto l'articolo, quella su Nicea, ma immediatamente compie una confusione del tutto incomprensibile. Infatti, alla domanda "perché celebriamo la Pasqua?", l'ovvia risposta dovrebbe essere "perché nella Pasqua i cristiani celebrano e ricordano la risurrezione di Cristo". Luttazzi, invece, di fatto sta rispondendo ad un'altra domanda, e cioè "perché la data della celebrazione della Pasqua cade la domenica dopo il primo plenilunio della primavera?". Tutto il resto dell'articolo, per quanto storicamente infondato, di fatto parla esclusivamente della data della celebrazione della Pasqua, che evidentemente è una cosa ben diversa dalla Pasqua in sé. Ma l'intento di Luttazzi è chiaramente quello di screditare la Pasqua in quanto tale, dunque tutta la discussione sul particolare della data dei festeggiamenti è solo un pretesto per arrivare dove si prefigge di arrivare fin dall'inizio.

Cosa sia davvero la Pasqua, però, l’ho scoperto leggendo un libro sul Carnevale (Di Cocco, 2007):"

Alle origini del carnevale

Eviteremo di commentare sull'autorevolezza di un simile libro, scritto da un artista/architetto e pubblicato da una piccola casa editrice indipendente come la Angelo Pontecorboli Editore. Si tratterebbe di un ricorso all'autorità, che ci guardiamo bene dal fare; tuttavia non possiamo non notare quanto sia sconcertante, ma anche significativo, che un uomo che teoricamente dovrebbe essere di cultura, come Daniele Luttazzi, attinga a fonti palesemente "particolari", per usare un benevolo eufemismo, e invece non abbia dato neanche un'occhiata ad un qualsiasi testo universitario sul tema, e neanche alla più banale Wikipedia, che magari gli avrebbero garantito un po' di oggettività in più e uno sguardo decisamente meno provinciale su tutta la vicenda. Ma tant'è... l'ideologia fa questo e altro. Che poi un giornale nazionale pubblichi il tutto senza fare nemmeno un minimo controllo, dà l'idea dello stato in cui versa il giornalismo. Ma proseguiamo.

le due ricorrenze, infatti, sono collegate dall’antico culto di Iside."

La confusione continua. Se infatti Luttazzi sta parlando della Pasqua (e non della data), è completamente falso che essa sia collegata al culto di Iside. Tutti gli storici su questo concordano: la fede nella resurrezione nacque immediatamente nella comunità gesuana, dopo la sua morte. Perfino Bultmann, che pure nega la risurrezione, riconosce che i primi discepoli vi credevano [2]. Come scrive Gerhard Koch, "E' chiaro ovunque che l'evento della Pasqua è il punto centrale del messaggio del Nuovo Testamento. La risurrezione da parte di Dio e le apparizioni davanti ai suoi discepoli costituiscono le basi della proclamazione di Cristo nel Nuovo Testamento, senza le quali non ci sarebbe stato virtualmente alcun testimone di Cristo" [3]. Quando Paolo, tra il 53 e il 57, scriveva "se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede" (1Cor 15,14) non stava semplicemente fornendo la sua opinione: l'intero Nuovo Testamento testimonia il fatto che la risurrezione stava al centro della fede e della predicazione dei discepoli, i quali erano ebrei palestinesi che certamente non tenevano in alcuna considerazione Iside, anche ammesso e non concesso che la conoscessero.

Quando l’imperatore romano Costantino, nel IV sec. d.c., prende la decisione politica di unificare ideologicamente il suo Impero con il cristianesimo, la narrazione del culto cristiano viene strutturata dai filologi alessandrini sulla falsariga del plurimillenario culto di Iside, diffusissimo in tutto il Mediterraneo."

Qui inizia la pura fantasia storica. Di quali filologi alessandrini si parla? Quali sono le fonti su cui sono basate simili affermazioni? Non è dato sapere. In che senso avrebbero "strutturato la narrazione del culto cristiano"? E prima di essi tale culto non esisteva? E come mai allora prima di allora il cristianesimo si era già diffuso nel Mediterraneo, appunto fino ad Alessandria, e le fonti sulla risurrezione di cui disponiamo erano già state scritte, e peraltro non provengono affatto da Alessandria, ma dalla Palestina? Ancora una volta, non è dato sapere.

L’antico mito egizio narra di Iside, sorella, madre e sposa di Osiride. Osiride viene ucciso dal fratello Seth, e il suo corpo viene smembrato. Iside va in cerca delle parti del corpo di Osiride, le ricompone, vi soffia la vita e Osiride risorge. Il mito è un’allegoria astrologica: Osiride è il Sole; muore/tramonta in mare, colorandolo di rosso/sangue; Iside è la Luna, che di notte segue il tragitto del marito per ritrovarlo e riportarlo in vita. E il mattino, il Sole risorge (Sole e Luna sovrastano il crocifisso di Raffaello, nonostante il terzo concilio di Costantinopoli avesse proibito tale simbologia perché evocava altre religioni)"

Qui, e più diffusamente nei suoi ultimi libri e spettacoli, Luttazzi si rifà esplicitamente alle teorie miticiste su Gesù. Queste teorie, per lo più nate nel secolo diciannovesimo in Germania, non sono prese minimamente sul serio da nessuno storico del cristianesimo contemporaneo, indipendentemente dall'appartenenza confessionale, per una serie di motivi di metodo, oltre che di merito, che sarebbe qui fuori tema approfondire. Come abbiamo appena iniziato a vedere, nel suo piccolo, anche l'articolo di Luttazzi dà proprio un esempio della totale assenza di metodo storico di queste tesi. Riassumendo, non si analizzano mai le fonte antiche, men che meno si citano studiosi autorevoli sulla materia, e soprattutto si tracciano generici paralleli del tutto gratuiti, che potrebbero essere tracciati con altrettanta facilità per qualsiasi epoca e personaggio storico. Purtroppo queste tesi sono tornate di moda su internet grazie a ridicoli pseudo-documentari come Zeitgeist, e dunque godono di una certa fama a livello popolare, ma a livello di storiografia universitaria non sono nemmeno prese in considerazione. Giusto per dare una breve infarinatura sul tema, rimandiamo a questa efficace risposta di William Lane Craig sul tema, da cui ovviamente il lettore potrà partire per approfondimenti ulteriori:

La cerimonia del culto di Iside, raccontata da Apuleio nell’xi libro dell’asino d’oro, era la parte culminante del rito di consacrazione di un sacerdote di Osiride; le stazioni della passione di Cristo (percosso, coronato, crocifisso, sepolto) sono un calco di quel percorso iniziatico, così come iconografia e preghiere mariane sono un calco di quelle di Iside.

La fantasia continua e si fa sempre più fervida. Di appigli storici non c'è neanche l'ombra: quelle di Luttazzi sono pure parole in libertà. Il comico, non si sa su quali basi, compara le stazioni della passione di Cristo al rito di consacrazione di un sacerdote di Osiride. Non è dato sapere quale sia il fantomatico legame, e soprattutto come il culto di Iside abbia potuto creare il Nuovo Testamento (perché le stazioni della passione di Cristo non furono certo inventate dai fantomatici "filologi alessandrini", ma sono presenti nelle fonti più antiche dei vangeli, scritte nel I secolo). Ancora più ridicolo è il paragone tra "iconografia e preghiere mariane e quelle di Iside". In che senso? Nel senso che sia Maria che Iside sono entrambe donne? Wow! O nel senso che entrambe sono spesso rappresentate iconograficamente nell'atto di allattare? Wow! Sarebbe questa la pistola fumante? In tal caso, Luttazzi come si sarebbe aspettato che fosse rappresentata una donna che allatta il figlio? Magari mentre fa una verticale sulle braccia? Suvvia.

Iside e Maria

Proviamo poi a leggere la celebre preghiera mariana più antica di cui abbiamo traccia (risale al III secolo), il Sub tuum praesidium:

"Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio,
Santa Madre di Dio:
non disprezzare le suppliche
di noi che siamo nella prova,
ma liberaci da ogni pericolo,
o Vergine gloriosa e benedetta"

Ebbene, dove sarebbe l'evidente "calco di Iside", di nuovo, non è dato sapere. Con che scopi e metodi questo "calco" sarebbe stato effettuato, è un mistero ancora più grande. Peraltro, va ricordato che cenni alla devozione verso Maria sono ben più antichi del III secolo. Ne parla già Ignazio di Antiochia, morto martire sotto Traiano nel 107 d.C., nella lettera ai Trallesi e nella lettera ai cristiani di Efeso e Smirne. Ne parla Melitone di Sardi, che scrive sotto l’imperatore Marco Aurelio (161-180), che proprio nella omelia sulla Pasqua ricorda «Cristo è colui che si incarnò in una vergine [...] è lui l’agnello sgozzato, è lui che fu partorito da Maria, la buona agnella». Ne parla Giustino, morto martire intorno al 162, iniziando la riflessione teologica che paragonerà Eva a Maria: come la prima partorì disobbedienza e morte, così la seconda concepì fede e gioia (Dialogo con Trifone). Ovviamente le citazioni patristiche potrebbero continuare, ma ci fermiamo qui, tanto è flebile e indefinita la tesi di Luttazzi.

Con la cerimonia, i sacerdoti “dedicano al mare, ormai navigabile, una nave vergine”, e offrono a Iside le primizie della navigazione. Il loro corteo solenne è preceduto da una processione festosa e mascherata. La festa del Navigium Isidis, diffusa in tutto l’impero romano, è giunta fino a noi trasformata in Carnevale (carrus navalis), festa tipica di località marine e fluviali (Venezia, Viareggio, Colonia; e Rio, dove venne portata dai portoghesi). La festa del Navigium Isidis seguiva il calendario lunare babilonese: coincideva con la prima luna piena di primavera, cioè col capodanno babilonese; ma nel IV sec. d.c. venne spostata indietro di 40 giorni (ridefiniti come quaresima) perché non si sovrapponesse alla Pasqua, che ne aveva preso il posto; e fu edulcorata in Carnevale. La Pasqua, insomma, è ciò che resta di una parte della cerimonia isiaca (la resurrezione dell’iniziato alla nuova vita sacerdotale), il Carnevale è ciò che resta dell’altra parte della festa (la processione delle maschere).

Non essendo il tema di questo post, eviteremo di commentare la storia del Carnevale, a cui magari dedicheremo un altro articolo.

Nonostante i rimaneggiamenti, la Chiesa non è ancora riuscita a eliminare l’indizio fondamentale sulle origini isiache della Pasqua: la data variabile, collegata alla prima luna piena di primavera.

Ancora una volta, Luttazzi non sa di cosa parla. La storia della data della Pasqua è ben nota agli storici e documentata, non c'è alcun "rimaneggiamento". Anzitutto, è risaputo che la Pasqua cristiana è strettamente legata alla Pasqua ebraica, in quanto la crocifissione e risurrezione di Gesù avvennero rispettivamente subito prima e subito dopo questa festa (Giovanni 19,14). Gli ebrei celebrano la Pasqua il 14 del mese di nisan (Levitico 23, 5, Esodo 12, 1-18). Questo mese, per il nostro calendario gregoriano, è a cavallo tra Marzo e Aprile, e il suo inizio è mobile rispetto al calendario solare, essendo il calcolo legato alle fasi lunisolari. I cristiani, naturalmente, al significato ebraico della Pasqua (ricordo della liberazione di Israele dall'Egitto) aggiunsero il significato propriamente cristiano, e cioè l'intervento di Dio a favore dell'uomo, nella risurrezione di Gesù. Per quanto riguarda la data di celebrazione, si svilupparono diverse tradizioni: molti cristiani (come in Siria e Mesopotamia [4]) restarono legati al computo ebraico del 14 nisan (i cosiddetti "quartodecimani"), altri la celebravano la prima domenica successiva (i cosiddetti protopaschiti), altri ancora la prima domenica dopo l'equinozio di primavera. Ireneo di Lione ci informa, ad esempio, che quest'ultimo uso era diffuso in molte parti dell'impero romano e risaliva in Roma almeno al periodo di papa Sisto I [5], mentre secondo altri autori risaliva addirittura agli apostoli Pietro e Paolo. Quale che sia la verità, di sicuro l'ipotesi luttazziana dei "filologi alessandrini" "nel IV secolo" non ha alcun fondamento, perché tutto era già avvenuto nei secoli precedenti. A questo proposito è interessante ricordare come poi si sviluppò la vicenda. La concordia iniziale tra le diverse tradizioni iniziò via via a venir meno, anche perché la questione non riguardava solo la data, ma aveva dei risvolti liturgici e disciplinari che rientravano nel problema più complesso dei rapporti col giudaismo. Si trattava cioè di stabilire se il 14 del mese di nisan, che è la data accolta dalla tradizione ebraica, si dovesse celebrare ancora il banchetto pasquale con il rito dell'agnello, o se quel rito fosse stato completamente abolito dal sacrificio di Cristo, vero ed unico agnello pasquale. In particolare il problema era costituito dai cosiddetti giudeo-cristiani, che non volevano abbandonare le pratiche rituali prescritte dalla legge mosaica. Melitone e Apollinare, che pur erano quartodecimani, non avevano dubbi: la Pasqua cristiana ha completamente sostituito la Pasqua giudaica. Come dirà chiaramente Ippolito, quel giorno Cristo "non ha mangiato la pasqua ma l'ha sofferta" (Chronicon Paschale, in PG 92, 80). Sappiamo che Policarpo di Smirne visitò papa Aniceto, ma non riuscì a risolvere la questione [6]. Nell'ultimo decennio del II secolo la questione fu affrontata sistematicamente da diversi sinodi locali tenuti in Palestina, Italia, Gallia, Grecia, Ponto, ecc. e tutti risultarono a favore della celebrazione domenicale tranne quello tenuto nella provincia romana dell'Asia, presieduto da Policrate, vescovo di Efeso. Questa divergenza di opinioni si trascinò per un po': i vescovi dell'Asia, seguendo la tradizione giudaica, celebravano la Pasqua il 14 del mese di nisan e commemoravano nella festa la morte di Gesù. Invece la chiesa di Roma, recidendo il legame con la tradizione giudaica, festeggiava nella Pasqua la risurrezione di Gesù e ne spostava la celebrazione alla domenica successiva [7]. Intorno al 190, il vescovo di Roma Vittore, ritenendo intollerabile questa divergenza, pretese che tutte le chiese si adeguassero alla prassi romana, e addirittura allontanò dalla comunione le chiese dell'Asia, suscitando le proteste dello stesso Ireneo che pur aveva abbandonato la sua posizione quartodecimana di origine per aderire alla pressi domenicale romana [8]. Non è chiaro quando la prassi quartodecimana sia scomparsa, ma la maggior parte degli storici, seguendo quanto proposto da Duchesne nel 1880 [9], ritiene che ciò sia avvenuto nel corso del III secolo, quindi prima del Concilio di Nicea di cui parla Luttazzi. Questo Concilio, infatti, combatté piuttosto la prassi protopaschita, come già aveva fatto il Concilio di Arles nel 314.

Ma il gesuita Bergoglio non è lì a pettinare le bambole, e nel 2015 ha proposto di “stabilire una data fissa per la Pasqua”, affinché “possa essere festeggiata nello stesso giorno da tutti i cristiani, siano essi cattolici, protestanti o ortodossi”. Se conosci l’antefatto, la proposta di Bergoglio mette i brividi, perché cancella proprio quell’ultimo indizio isiaco. Nel leggere la notizia, ho fatto un salto sulla sedia, come la prima volta che vidi Vera Miles girare il cadavere mummificato della signora Bates alla fine di Psycho . E quale modo migliore per celebrare la Pasqua che rivedere quella scena? ( shorturl.at/qteu1) Buona Pasqua di resurrezione, signora Bates!

E qui finisce lo sproloquio luttazziano, che tanto per cambiare non ha capito assolutamente nulla della questione. Infatti ora sta parlando di un tema completamente diverso, e cioè la divergenza che c'è tra le chiese che usano il calendario gregoriano (che risale al XVI secolo, gestisce l'anno bisestile ed è utilizzato dalle chiese occidentali, cioè le cattoliche e le protestanti) e le chiese che usano quello giuliano (che è più antico, ed è usato dalle chiese ortodosse). E' questa la divergenza che Bergoglio si è reso disponibile a sanare, per ragioni di ecumenismo, e non il fatto che la data della Pasqua sia mobile di anno in anno. Non a caso, anche nella proposta di riunificazione era comunque mantenuto di fissare la data alla domenica successiva al primo plenilunio di primavera, che invece secondo l'ingenuo Luttazzi sarebbe "l'ultimo indizio isiaco da nascondere". Peraltro, il tentativo di unificazione risale a ben prima di Bergoglio, come già si può verificare nella proposta del Consiglio ecumenico delle Chiese del 1997 [10] o dalle dichiarazioni di Paolo VI o di Tawadros II, papa della Chiesa ortodossa copta. Comunque, ciò che più stupisce, non è tanto l'articolo delirante di Luttazzi, che in fondo potrebbe essere dovuto a semplice (benché colpevole) ignoranza, ma il fatto che in tutta la sua ricostruzione i cristiani, dai "filologi alessandrini" a Bergoglio, sarebbero astuti personaggi costantemente occupati a nascondere la verità e ad occultare le prove dei loro misfatti. Non passa neanche per la mente di Luttazzi la possibilità più banale e ovvia, e cioè che, quand'anche il cristianesimo fosse falso, i cristiani resterebbero comunque semplici persone che, pur con tutti i loro difetti, ci credono davvero e ci si giocano la vita intera. Questo totale scollamento dalla realtà di certo ateismo anticlericale è, sì, veramente irrazionale, e ci auguriamo che sia presto superato dalla storia.

Speriamo comunque che queste brevi note sul computus paschalis siano state di giovamento per qualcuno, e cogliamo l'occasione per augurare a tutti buona Pasqua di resurrezione. Χριστός Ανέστη!

 


[1] François-René de Chateaubriand, Génie du Christianisme, parte III, libro V, cap. VI.

[2] Rudolph Bultmann, The new Testament and Mythology, in Kerygma and Myth, ed. Hans Werner Bartsch

[3] Gerhard Koch, Die Auferstehung Jesu Christi, Beitrage zur historischen Theologie, p.25

[4] Atanasio, De Synodis, 5, 1-2.

[5] Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, V 25,14

[6] Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, V 25,16.

[7] Giorgio Jossa, Il cristianesimo antico, Dalle origini al concilio di Nicea, Carocci, p.136

[8] Hist. Eccl. v, 23-25

[9] L. Duchesne, "La question de la Pâque au Concile de Nicée", Revue des Questions Historiques, 28 (1880), 5-42.

[10] http://www.wcc-coe.org/wcc/news/press/99/01feat-f.html

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