Lun, 04/13/2020 - 15:01 By admin
A te cosa cambia?

Fra gli slogan più fastidiosi ripetuti senza riflettere dalla maggioranza degli LGBTQI c'è il classico:

Ma se io sono gay (o lesbica), a te cosa cambia?

Lo slogan è talmente diffuso da essere pure diventato materia di merchandising:

A te cosa cambia?

Espresso in maniera più esplicita, lo slogan chiede: "ma se io ho rapporti omosessuali, e magari sarei contento che venisse istituito il matrimonio tra omosessuali, a te che sei eterosessuale cosa cambia?".

Cosa cambia?

Di fianco vediamo il tipico esempio di uso dell'argomento, in risposta a un utente che su Facebook denunciava la situazione di crisi in cui versa la famiglia. Ora, per chiunque abbia un po' di dimestichezza con le questioni etiche, la domanda "a te cosa cambia?" dovrebbe suonare subito strana, per due motivi fondamentali:

  1. Perché, in realtà, a me qualcosa "cambia eccome";
  2. Perché la valutazione morale o politica di un comportamento non dipende affatto da "cosa cambia a me".

Vediamo singolarmente questi due aspetti.

A me qualcosa cambia eccome

Tralasciamo volutamente la questione delle adozioni, degli uteri in affitto e in generale dei figli, per i quali ovviamente "cambia eccome" se sono prodotti a tavolino e strappati dai loro genitori per essere dati in affidamento a degli estranei, o se nascono da un atto naturale d'amore dei loro genitori. Limitiamo dunque l'argomento in discussione e facciamo un esempio diverso per spiegare questo punto, in modo da cambiare temporaneamente l'argomento e ripulire la discussione da sicuri pregiudizi LGBTQI. Supponiamo che io sia laureato in matematica, una laurea che mi è costata molto impegno e fatica. Supponiamo poi che un partito politico, che chiameremo "partito per i diritti dei CGEG" (cani, gatti, elefanti, giraffe), cominci a sostenere che anche i cani, i gatti, gli elefanti e le giraffe hanno diritto di avere una laurea in matematica. Supponiamo inoltre che, poiché i cani, i gatti, gli elefanti e le giraffe non sarebbero in grado di passare un esame di matematica, per motivi inerenti alla loro stessa natura, questo partito proponesse di estendere la laurea indipendentemente dalla possibilità di superare esami. E supponiamo infine che questo partito, per supportare tale politica, iniziasse ad usare lo slogan "ma se un cane ottiene una laurea in matematica, a te che non sei un cane cosa cambia?". Ora, è facile comprendere che io sarei totalmente giustificato ad avversare la proposta di tale partito, poiché, sebbene apparentemente nessuno starebbe proponendo di togliere la laurea a me, in realtà, nell'atto di parificare le mie conoscenze a quelle di un cane senza competenze, me la starebbero decisamente togliendo. O meglio, ad essere più rigorosi, starebbero cambiando il concetto di laurea, proprio allo scopo di poterla attribuire anche ai cani, e dunque, necessariamente, starebbero "cambiando eccome" qualcosa anche a me, che a quel punto sarei assolutamente giustificato a bruciare la mia laurea, poiché appunto non avrebbe più il valore di prima, ma sarebbe un pezzo di carta che si dà a chiunque, anche non in grado di risolvere una banale equazione di primo grado. Naturalmente, nulla di tutto questo implicherebbe un mio presunto "odio" per i cani, i gatti, gli elefanti e le giraffe.

Fatto questo esempio, torniamo al caso del "matrimonio omosessuale". E' evidente che se io, eterosessuale, mi sono sposato perché il matrimonio era proposto come un istituto di mutua collaborazione e amore tra un uomo e una donna, finalizzato alla generazione (almeno potenziale) di nuova vita, un'eventuale estensione del concetto di matrimonio agli omosessuali richiederebbe necessariamente un cambiamento completo del significato del matrimonio in generale, e quindi anche del mio. Come nell'esempio precedente ero perfettamente legittimato a combattere la proposta del partito dei CGEG e a bruciare la mia laurea nel caso che tale proposta fosse passata, così sarei perfettamente legittimato a combattere la proposta dei matrimoni omosessuali, e a richiedere il mio divorzio, cioè l'annullamento del mio matrimonio, nel caso che tale proposta passasse, poiché appunto non esisterebbe più il matrimonio col quale mi sono sposato, ma sarebbe stato trasformato in qualcos'altro a cui, magari, non sono affatto interessato e magari sono anche contrario (per esempio, il matrimonio potrebbe essere diventato un contratto tra due o più persone allo scopo di soddisfare le proprie pulsioni sessuali, con la clausola più o meno implicita quindi che quando tali pulsioni cessassero, potrebbe tranquillamente cessare pure il matrimonio: e io, a un tale istituto, non sarei minimamente interessato).

Basterebbero osservazioni di questo calibro per demolire completamente il noioso slogan "a te cosa cambia?", "la tua famiglia non viene minimamente intaccata" ecc. Ma c'è di più. 

La valutazione morale o politica di un comportamento non dipende affatto da cosa cambia a me

Il fatto è che chiunque abbia un minimo di dimestichezza con gli argomenti etici o politici sa benissimo che la bontà o opportunità di un comportamento (o legge) non dipende minimamente dal fatto che "a me qualcosa cambia". Che ad esempio in questo momento venga torturato un bambino innocente, effettivamente, a me non cambia niente in prima persona. E tuttavia ho tutto il diritto non solo di dire che tale atto è moralmente sbagliato, ma anche di lottare affinché tale tortura non avvenga. Del resto, se fossimo legittimati ad avere idee e ad agire solo quando "a me cambia qualcosa", quasi tutte le discipline scientifiche o filosofiche andrebbero bandite, in quanto inutili. Infatti:

  • se Giulio Cesare è morto il 15 marzo o il 22 febbraio, a te cosa cambia, visto che vivi nel 2020 e non sei Giulio Cesare? (inutilità della storia)
  • se Rio de Janeiro si trova in Brasile o Argentina, a te cosa cambia, visto che probabilmente non visiterai mai il Sudamerica? (inutilità della geografia)
  • se l'equazione del moto del razzo è quella di Ciolkovskij o un'altra, a te cosa cambia, visto che non dovrai mai costruire razzi né viaggiare nello spazio? (inutilità della fisica)
  • se la poetica di Leopardi è più o meno pessimista, a te cosa cambia, visto che sei sempre allegro e in ogni caso non ne condividi i presupposti? (inutilità della letteratura)
  • se Maometto trattava bene o male le donne, a te cosa cambia, visto che sei cristiano? (inutilità della storia delle religioni)
  • se una funzione ha un limite superiore o inferiore, a te cosa cambia? (inutilità della matematica)
  • e così via...

Come si vede, il problema è che lo slogan "a te cosa cambia?" presuppone che:

  1. ci si debba occupare solo di ciò che ci riguarda in prima persona per mero interesse personale, accantonando la nostra umana aspirazione alla conoscenza;
  2. si debba agire in qualche direzione solo quando questo abbia immediate ripercussioni per noi.

Ma questi due presupposti sono completamente errati. Da quando esiste la democrazia, infatti, occuparsi del bene comune significa esattamente l'opposto del chiedersi "a me cosa cambia", cioè del farsi i fatti propri. E' ciò che insegnava già la vicenda biblica di Caino e Abele, in cui, dopo l'assassinio di Abele, il Signore chiede: "Dov'è Abele, tuo fratello?", e Caino risponde pretestuosamente: "Non lo so, sono forse io il custode di mio fratello?" (Gn, 4, 9). Noi invece sappiamo che, proprio perché facciamo parte del genere umano, siamo custodi del mondo intero, e in particolar modo dei nostri fratelli. Se ad esempio un amico inizia a chiudersi in casa, ubriacandosi tutto il giorno e limitandosi a buttare il suo tempo giocando ai videogames, completamente refrattario al contatto umano e alla crescita personale e sociale, noi abbiamo non solo il diritto ma anche il dovere di aiutarlo e di dirgli che sta sbagliando, e che, sebbene col suo comportamento non faccia male a nessuno, tuttavia deve cambiare seriamente la sua vita. E se questo amico ci chiedesse "ma a te cosa cambia?", noi gli risponderemmo come già rispondeva Terenzio:

Homo sum, humani nihil a me alienum puto

Gli LGBTQI, proponendo lo slogan "a te cosa cambia?", di fatto vogliono tornare all'"homo homini lupus" di Plauto. Naturalmente non lo fanno coscientemente, nella maggioranza dei casi. E' evidente che gran parte degli LGBTQI vuole semplicemente soddisfare le proprie voglie, senza alcun reale interesse ad analizzare razionalmente il proprio comportamento, e anzi con esplicito fastidio verso chiunque osi portare sotto la lente della ragione il tema della morale sessuale, sicché proporrebbero qualsiasi slogan che apparentemente permetta loro di giustificare i loro atti. Ma certamente è significativa la clamorosa a-moralità, anti-politica e a-socialità di questo slogan così tristemente diffuso.

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