Dom, 03/01/2020 - 08:32 By admin
Vero falso

Quante volte, in una discussione in cui proponevate una tesi in maniera rigida e netta, vi è stato obiettato che "il mondo non è tutto bianco e nero"? Tante, probabilmente. Ma è proprio vero?

Naturalmente, dipende dal contesto della discussione e dal significato che si attribuisce all'espressione "non esistono solo il bianco e il nero". Tuttavia, se ci atteniamo esclusivamente al senso logico, la risposta è no:

Non esistono alternative. Tertium non datur. Il fondamento ontologico di questa legge logica è il fatto che tra essere e non essere, presi insieme e nello stesso senso, non c'è termine medio (principio del terzo escluso).

Potrebbero venirvi in mente degli esempi in cui questo principio non si applica. Vediamo allora perché anche queste apparenti eccezioni, in realtà, confermano la regola.

  • Talvolta un giudizio non vuole essere affermato come reale, ma come semplice costruzione della ragione. Ciò avviene, ad esempio, quando raccontiamo una storia immaginaria ("Pinocchio era un burattino parlante") o quando l'intelletto non è mosso all'assenso ("forse l'accusato è innocente"). In questi casi i giudizi non vogliono dire qualcosa sulla realtà, dunque ad essi la suddetta legge non si applica.
  • Talvolta una frase non ha significato, e dunque non è né vera né falsa. Ciò avviene non solo nei casi banali come "il gallo tripartito eccede e matura nella diagnosi", ma anche in casi più raffinati come il celebre paradosso del mentitore ("questa frase è falsa"):  infatti il predicato "è falsa" non può essere rivolto a se stesso, poiché causerebbe una contraddizione, e le contraddizioni non possono mai esistere realmente.
  • I giudizi di futuro contingente ("domani ci sarà una partita di calcio") sono veri o falsi, ma noi sapremo se sono veri o falsi solo nel momento in cui diventano passato. Dio, al contrario, conoscendo il futuro non temporalmente ma dall'eternità, è sempre in grado di dire se questi giudizi sono veri o falsi.
  • Talvolta una frase ha significato ma non è sufficientemente chiara. In questo caso, in effetti, la frase è o vera o falsa, tuttavia noi non saremo in grado di sbilanciarci finché il senso della frase non sia chiaramente determinato. Ad esempio, non possiamo dire se la frase "questa teoria è sbagliata" è vera o falsa finché non sappiamo di quale teoria si tratta.
    • Un caso particolare di quest'ultimo punto è quando un giudizio ammette un più o un meno, e proprio per questo motivo risulta impreciso. Ad esempio, "Stefano è diligente" può essere vera o falsa a seconda di quanta diligenza si intende per "diligente": un po', sufficiente, molta...
    • Un altro caso particolare è dato dai giudizi relativi, che cambiano significato a seconda di chi li pronuncia. Ad esempio, una persona in un treno si dirà che "si sta muovendo", se questo giudizio viene dato da qualcuno fuori dal treno, ma si dirà che "non si sta muovendo", se questo giudizio viene dato da qualcuno sul treno. Si noti che in questo caso è il significato della proposizione ad essere relativo, ma non la verità della proposizione con un significato ben preciso. Ciò vale per tutti i casi in cui lo stato dell'osservatore o i sistemi di misura diventano rilevanti, come nei giudizi su posizioni, movimenti, distanze, tempi e circostanze.

Questi ultimi due punti ci danno la possibilità di notare che spesso la nostra incapacità di sbilanciarci tra vero e falso non dipende dall'esistenza di una terza possibilità, ma da una nostra incapacità di poter decidere. La proposizione dunque resta o vera o falsa, ma siamo noi a non saper dire, in quelle condizioni, se è vera o falsa. Proprio per gestire casi di questo tipo, che sono molto frequenti, nel secolo scorso alcuni logici (per esempio Emil Post e Jan Łukasiewicz) hanno proposto le cosiddette logiche polivalenti, cioè logiche nelle quali sono presenti più valori di verità rispetto al vero e falso, tipicamente aggiungendo un terzo valore "indeterminato" o "problematico". E' fondamentale notare, però, che queste logiche non invalidano quanto abbiamo detto sull'innegabilità del principio del terzo escluso (e quindi sul principio di non contraddizione), poiché per l'appunto si riferiscono alla nostra conoscenza della realtà, e non alla realtà in sé.

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